COLOURS FOR ROJAVA- CALL IN ENGLISH

 

The art project “Colori per il Rojava” stems from our interest and commitment in wanting to give extreme visibility and support for the Rojava revolution, in northern Syrian territory on the border with Turkey, one of the four parts into which it is divided Kurdistan. Confederalism is based on a democratic revolution that paved the way for peaceful coexistence of all peoples, while respecting their languages, cultures and identities. A project open to differences of other groups and political factions, flexible, multi-cultural, anti-monopolistic, and geared to participation. As detailed in the paper “Social Contract of Rojava”, the revolution of the Kurds as much as the Arabs, the Yazidi, Assyrian, Aramaic, Turkmen… a card that will appeal to all peoples, to pursue the principles of equality, freedom and justice, in search of an ecological balance to stop the depletion of resources. In fact, the concepts of ecology and feminism are central pillars of the thought of Abdullah Ocalan, the Kurdish liberation movement leader and theorist of the democratic confederalism. A social revolution that gives voice to the needs, structurally reinforcing the autonomy of the social actors, whose character is now embodied in the women’s revolution. For this is recognized as the dawn of women’s freedom. This experiment of life collides with those who want to design their own power over maps, delete each stroke off lines and dye any one colour; so we think that the colours can tell the most of this revolution, because we demonstrate how diversity, together, can live together and always create something unique. Through these traces of colour we want to discover, describe and support their struggle and try to make it as our possible. Our proposal is that to invite the artists to answer to this “call to brushes,” contributing to the narration of a story that is seldom told, using the techniques and materials that are considered most appropriate for the realization of the works without any constraint. All collected works will be exhibited in a dedicated event and sold to support and launch the “Colori per il Rojava” project. The works will be collected by 30 September, by contacting us by mail to “coloriperilrojava@gmail.com”, or through the facebook page “Colours Rojava”. The exhibition will take place in Naples in November, at the 1 Opera gallery in San Biagio dei Librai 121 street. The projects to be funded will be able to find them on our page.

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DAL GENOCIDIO ALLA RESISTENZA: LE DONNE YAZIDE PASSANO AL CONTRATTACCO

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Le donne Yazidi, dopo aver sofferto un genocidio traumatico, mobilitano autonomamente la loro resistenza armata sul monte Sinjar, seguendo la filosofia del PKK.

Il vecchio proverbio Curdo che dice: “non abbiamo altri amici che le montagne”, si dimostrò più vero che mai quando il 3 Agosto 2014 gli assassini del gruppo dello Stato Islamico lanciarono quello che viene definito il 73° massacro degli Yazidi attaccando la citta’ di Sinjar (o Shengal in Curdo) macellando migliaia di persone, violentando e sequestrando le donne per venderle come schiave sessuali.

Piu’ di 10.000 Yazidi si rifugiarono sulle montagne di Shengal in una marcia della morte nella quale molti, specialmente bambini, morirono di fame, sete e fatica. Un anno dopo, lo stesso giorno, gli Yazidi hanno potuto camminare di nuovo su quelle montagne. Questa volta però in protesta e con la promessa che niente sarà mai più come prima.

Un anno fa i peshmerga del Kurdistan Iracheno, appartenenti al Partito Democratico del Kurdistan (KDP) (partito moderato Curdo Iracheno presente nel parlamento Iracheno Ndt) avevano promesso di difendere i civili rifugiati sulle montagne di Shengal ma scapparono via, senza avvertire nessuno, che ISIS aveva attaccato, senza nemmeno lasciare dietro le armi affinché la popolazione potesse difendersi da sola. Invece i guerriglieri del PKK (Partito dei Lavoratori Curdi ) e quelli delle Unità di Difesa del Popolo Curdo (YPG) e le sue brigate femminili (YPJ) di Rojava – nonostante avessero a disposizione solo Kalashnikov ed essendo ridottissimi in numero- riuscirono ad aprire un corridorio verso Rojava, riuscendo così a salvare almeno 10.000 persone.

Per un anno intero le donne Yazidi sono state descritte dai mass media occidentali come vittime violentate e indifese. I giornalisti, in un’infinità di interviste, hanno continuato a chiedere loro come erano state violentate e vendute, facento loro rivivere, senza alcun rispetto, il trauma; semplicemente per il sensazionalismo dei telegiornali. Le donne Yazidi fuono descritte come l’esempio impersonificato della donna piangente, che si arrende in maniera passiva, la vittima esemplare dello Stato Islamico, la bandiera bianca femminile del patriarcato. Per di più le descrizioni più immaginose ridussero a credenze grottesche una delle religioni più antiche del mondo e a un nuovo campo esotico che dev’essere ancora esplorato.

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SFIDARE IL PRIVILEGIO: SOLIDARIETA’ E AUTORIFLESSIONE

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(8 maggio 2016)La solidarietà non è carità a senso unico praticata da attivisti privilegiati, ma un processo multidimensionale che contribuisce all’emancipazione di tutti i soggetti coinvolti. L’autrice desidera ringraziare gli attivisti internazionalisti in Rojava, gli attivisti Kashmiri e Tamil, gli anarchici greci e in particolare Hawzhin Azeez per le loro reazioni, senza le quali l’articolo non sarebbe stato valido che a metà. Un uomo tedesco non si lascia impressionare dal progetto di democrazia di base del Rojava perché ha visto qualcosa di simile decenni fa in America Latina. Una donna francese rimprovera le donne curde per una mancanza di preparazione per la sua visita, in quanto non sarebbero così organizzate come le donne afgane che lei ha osservato nel 1970. Una persona passa da interno alla rivoluzione del Rojava dopo un viaggio di una settimana e senza avere accesso ai media e alla letteratura in una qualsiasi lingua mediorientale, ma la sua opinione è considerata come più legittima e autentica di quella delle persone in lotta.

Che cos’hanno in comune le esperienze di queste persone?
Tutte mostrano interesse e impegno sinceri, e i loro sforzi meritano il credito dovuto. Ma c’è qualcosa in più: l’elemento alla base di un sistema che permette alle persone di completare l’”equipaggiamento” del turismo rivoluzionario – negli ultimi dieci anni in particolare in Palestina e in Chiapas, ora in Rojava. Questo elemento è qualcosa che i rivoluzionari dovrebbero attivamente mettere in discussione: il privilegio. Per fare chiarezza dall’inizio: come chi scrive principalmente per un pubblico internazionale, facilita la comunicazione e incoraggia le delegazioni in Kurdistan, appartengo a chi fondamentalmente apprezza un tale scambio e lavoro. Ma le persone che si dichiarano solidali e che si trovano nella posizione privilegiata che permette loro di viaggiare e di essere ascoltate hanno l’obbligo morale di usare questo privilegio per il meglio. L’intenzione di questo articolo è quello di contribuire a una discussione sui problemi che emergono quando in nome della solidarietà vengono stabilite relazioni gerarchiche.

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